Giano sulla soglia

Schermata 2019-01-19 alle 12.16.57.pngUna riflessione di Anca, volontaria rumena di Human Capital 2019 presso Casa Netural, sulla sua esperienza a Matera. Qui il suo video

Questi giorni mi insegue l’immagine di Giano, antica divinità romana. Sarà che è gennaio, tempo di passaggi e di nuovi inizi. Sarà che mi ritrovo, come il dio bifronte, con un volto guardando avanti ed un altro rivolto indietro.

Un anno fa vidi da qualche parte la foto di questa città, tutta in pietra. “Che meraviglia!”, mi dissi, e pensai che sarebbe bello poterla visitare una volta. Il testo che l’accompagnava diceva qualcosa del sud ed io, non so perché, rimasi convinta che si trovasse in Sicilia. La città si chiamava Matera.

Oggi, ci vivo. E, come sono venuta a sapere dopo, la città dei Sassi è situata in realtà fra la Campania e la Puglia, nella regione Basilicata. A soli pochi mesi di distanza, Matera passò dall’astratto al concreto, da essere un oggetto della mia immaginazione a essere una realtà quotidiana. Inutile dire che le due non combaciano mai.

Al di là della sua lunga storia, dello statuto di Capitale europea della cultura 2019 e degli itinerari turistici dei Sassi, che cos’è Matera per me? Come la vivo io e lei, come mi vive?

La vita è un tessuto intricato i quali fili sono spesso invisibili allo sguardo affrettato. Quindi, provo a rallentare. Con attenzione, guardo fuori e guardo dentro. Matera mi appare come un insieme di cose, di luoghi e situazioni che s’infilano al mio interno, per abitare stanze, nidi e nascondigli.

È una Matera intima, personale, questa. Non si può vedere su una solita mappa reale, tangibile. Ci vorrebbe una mappa delle emozioni. Soltanto allora si potrebbe cominciare a scoprirla, camminando piano, movendosi con premura, in silenzio, come si fa quando si tratta di qualcosa fragile, prezioso.

Allora si potrebbe sentire la quiete di un angolo di mondo chiamato casa, in via Roma, che sa di vino e pane a forma di cuore. Si potrebbe gustare il nettare dell’amicizia nuova e l’amaro delle vecchie paure. Si potrebbe guardare con occhi meravigliati le migliaia di luci della città che, a volte però, non riescono a dissipare il buio che ci portiamo dentro. O gioire di una neve inattesa che ci rende tutti di nuovo bambini. Oppure dell’imbrunire sulla Murgia, che tinge anche l’anima in viola e blu. Si potrebbe imparare da un albero spoglio in inverno come abbracciare la vulnerabilità e ricordare la tenacità. Si potrebbe ballare sui ritmi impazziti della pizzica nella via delle Beccherie, per schiacciare le sofferenze che ci abitano. O lasciarsi sommergere in un oceano di jazz, a Casa Cava. Ci si potrebbe allenare a nuotare in fiumi di parole, con acque che convergono da tutta l’Europa. Perché qui le vicinanze sono fatte di una parola benevola, un sorriso sincero e un abbraccio, e le distanze, invece, si misurano in parole non dette e mancanza di comprensione. Si potrebbe incominciare diventando amici dei vicoli solitari, percorrendo con coraggio i viali dei dubbi, le strade della tristezza. Ci si potrebbe abituare a prendere più spesso la strade della speranza e sedersi nel sole in una piazza. Per riempirsi gli occhi di vita. Per aprire il proprio cuore come i salotti delle case itineranti hanno aperto le loro porte una sera di dicembre.

È così la mia Matera, una porta sempre aperta. Sulla soglia mi immagino Giano, il custode dell’entrata e dell’uscita, portando in mano una chiave e un bastone.

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