L’angolino di via Roma 76

C’era una volta, in un piccolo, piccolissimo angolino di via Roma 76, nella cucina, accanto alla finestra, in cui abitò un piccolo ospite. Era, però, l’ospite più magico e stregato che possa esistere. Fu salvato dell’oblio, della decadenza, del declino. Dell’ignoranza, insomma. Il disgelo della neve lo prese e lo fece ostaggio suo, innegandolo e toglendogli le sue ali e le sue magnifiche storie. Tuttavia lui resistè tutto quanto veniva al suo scontro. Fece coraggio e rimase vivo. Capitò, per caso, che lo vedemmo, lo trovammo, come fosse un segnale della provvidenza. E lo prendemmo. Mannaccia com’era sporco il povero! Ma pieno di racconti, di sorprese, di sogni, di vita. Questo fatto fu una scintilla d’amore che rimane ancora perenne come una fiamma che, altrimenti, non si spegne mai.

Lui è qua, vicino a me mentre scrivo queste righe storte. Mi aiuta pensare che, pur avendo la testa un po’ qua, un po’ sulla Luna, la vita rimane ed è davanti a noi, si affaccia e ci saluta, come fosse per manifestare la sua effimera stella. La fugacità del tempo si esprime così in fretta, così palpabile, così presente. Il mio amico ed io, invece, aspettiamo che si accenda la luce dei sogni, ove non esiste nemmeno il passare del tempo, ove tutto è eterno persino il proprio pensiero.

Fra il fumo della sigaretta che ormai diviene colonna, colonna storta che sale e sparisce in mille profumi, in mille dimensioni, lassù, verso il vuoto del soffitto, invochiamo iddio Bacco con i nostri calici pieni del succo rosso della passione e capiamo com’è di sottile il percorrere del tempo, la riga che separa il nulla del tutto, la bellezza che si mischia con la realtà più banale, più mondana, più nostra. E brindiamo per tutto quello che potrebbe essere stato, per tutto quello che fu di un altro modo, per la casualità di essere qua, l’uno accanto all’altro, e raccontarci tante storie, riflessioni e pensieri con cui poter viaggiare verso mondi diversi, strani, sconosciuti, magnifici. Il mio amico si chiama “Non esiste silenzio”, ed è un libro. Sebbene, pur chiamandosi così, sa perfettamente come godere il silenzio ed è più magico quando so che lui è vicino a me.

Ora, nondimeno, vorrei brindare anch’io, brindare per tutte le cadute, per tutti i momenti storti, azioni, imprese, pensieri, inquietudini. Brindare per me, e per voi. Per la bellezza che, pur non averla trovato in un punto, ogni giorno, ogni istante, posso capirla nel’inessattitudine del correre del tempo, nell’imperfezione che rimane, come un falò, accesa sempre e che ci rende più difficili, più palpabili, meno umani e più spiriti.

Vorrei invocare iddio Bacco per ultima volta oggi, e chiedergli un piccolo desiderio: Spegne un attimo la bellezza, oh mio Dio! Che ce l’ho fra le mie braccia e bruccia, bruccia per essere libera, per non restare mai in sosta, sempre muoversi dappertutto. Vorrei oh Dio Bacco, rendere libero quello che ho trovato, che ho cacciato. Non potrei sopportare il peso di essere consapevole della schiavitù che possa infliggere in lei, madre celestiale.

Ritorno, poi, finito il calice, finita la bottiglia qua, nella cucina di Via Roma 76, e mi accorgo che qui sono piccolo, piccolissimo, come una formica, ma con l’aiuto di amici come quel che ho a fianco siamo ancora in tempo di vivere mille ed una notti sotto il celo stellato della quiete.

 

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